INCATENATA A ME - Capitolo 4 di 24

OLIVIA BENNET



Michael sedeva sulla poltroncina di pelle leopardata, le gambe accavallate in una posizione fintamente rilassata, e fissava con attenzione i tre uomini accomodati davanti a lui. Quello al centro si chiamava Alexei, o almeno questo era il nome con cui era conosciuto nel settore. Gli altri due non avevano dato i loro nomi, né Michael li aveva chiesti. Del resto, erano solo dei sottoposti mandati a parlamentare come scorta. Tutti e tre comunque mostravano la stessa espressione cupa e tesa sui volti slavati.

Gli uomini di Michael erano appostati in religioso silenzio lungo le pareti del vasto privé sul retro del Divinae Club, in cui i membri della Famiglia potevano riunirsi per godersi gli spettacoli, lontani dalla bolgia del salone principale, e in cui all’occorrenza venivano svolti gli incontri di lavoro. Al momento il piccolo palco di legno era vuoto e solo un flebile eco della musica che proveniva dalla stanza accanto riverberava tra le pareti ben insonorizzate e tra le paratie di tela arabescata. Brian, in piedi al fianco di Michael, pareva una statua di sale e fissava i tre ospiti con sguardo indecifrabile.

Michael fece un cenno e subito uno dei suoi ragazzi si avvicinò, tendendo una confezione di sigari cubani. Lui ne scelse uno con cura, lo portò alla bocca e lasciò che gli venisse acceso, poi il ragazzo passò a offrirlo ai tre ospiti.

«Sigaro?»

Solo Alexei accettò l’offerta, gli altri si limitarono a scuotere la testa. Michael scrollò le spalle e prese una profonda boccata, lasciando aleggiare nell’aria il fumo odoroso.

«Come ho già detto…» riprese, con tono paziente, «il quartiere di South Shore è di nostra competenza.»

«Questo lo dite voi» replicò Alexei, la voce leggermente nasale, storpiando ogni parola con il suo evidente accento russo. «Appartiene alla nostra banda da anni.»

«Se ben ricordo, era nostro già dai tempi in cui mio nonno era giovane.»

«Sono passati decenni da allora.» Alexei si esibì in un sorriso strafottente. «Le cose cambiano. E infatti è diventato nostro.»

«Perché l’avete usurpato, mentre mio nonno era impegnato in altre questioni, ma adesso ci siamo semplicemente ripresi ciò che ci spetta» continuò Michael. «Quindi, per quanto mi riguarda, i proventi del traffico del quartiere appartengono ai Cannizzaro. In compenso, se volete, vi lasciamo l’area più a sud del porto.»

Il volto di Alexei si fece paonazzo. «Noi non ci accontentiamo delle briciole!» affermò, sdegnoso.

Michael tirò un sospiro rassegnato e poggiò il sigaro sul bracciolo della poltroncina.

«Allora non avrete niente. Speravo di raggiungere con voi un accordo vantaggioso per entrambi, ma vedo che sono parole gettate al vento. Dunque tornate dal vostro capo e riferite che South Shore è dei Cannizzaro e di nessun altro, e che ogni vostra ingerenza a riguardo sarà presa come una dichiarazione di guerra.»

Alexei strinse gli occhi. «Sei sicuro di voler iniziare una guerra con noi?» minacciò.

«Sono sicuro che nessuno può usurpare le proprietà dei Cannizzaro e farla franca, neanche fosse la Grande Madre Russia in persona» replicò Michael, granitico. «E adesso, se permettete, la discussione è chiusa. I miei uomini vi scorteranno fino all’uscita.»

Alexei serrò la mandibola, come sul punto di frantumarsi tutti i denti, ma aveva ben poca scelta, era stato congedato. Con movimenti rigidi, si alzò insieme ai suoi tirapiedi, ficcando le mani nella tasca della giacca.

«Così sia!» sibilò.

Ed estrasse la pistola.

 

 

Lizzie con la coda dell’occhio osservò Megan dirigersi verso l’energumeno di guardia davanti alla fatidica porta, l’andatura lenta e ancheggiante.

Forza, Megan, infinocchialo come sai fare tu!, la incitò mentalmente. Intanto si avvicinò a sua volta con aria indifferente, appoggiandosi alla parete come se fosse un po’ brilla e avesse bisogno di sorreggersi. Non doveva essere una scena così infrequente nel locale, e infatti nessuno la degnò di una seconda occhiata.

Sbirciò l’amica accostarsi all’energumeno e sussurrargli qualcosa. Nonostante distassero solo pochi passi, la musica copriva gran parte delle parole e riuscì a cogliere solo frammenti della conversazione.

«...bel fusto… adoro gli uomini muscolosi come te… il mio numero...» Megan passò una mano sul petto dell’uomo e gli infilò un biglietto nel taschino della camicia, con il sorriso seducente con cui conquistava sempre la sua vittima. E ovviamente ogni vittima in questione si trovava in tasca un numero di cellulare fasullo.

Gli disse qualcos’altro, sicuramente invitandolo a bere qualcosa, ma il tipo doveva essere un osso duro. Scosse la testa.

Merda, non ci casca!, imprecò Lizzie, osservando la scena con ansia crescente.

Megan non si perse d’animo. Continuò a civettare, poi si alzò in punta di piedi per sussurrargli qualcosa all’orecchio, badando bene di premergli il seno prosperoso contro il fianco, e infine l’espressione del buttafuori si sciolse.

«…ora proprio non posso…» lo sentì pronunciare Lizzie, la voce roca. «...dopo… ti faccio vedere dove incontrarci.»

E con Megan a braccetto, ormai del tutto concentrato su di lei, si allontanò dalla porta di qualche passo.

Fu sufficiente.

Lizzie scattò. In un lampo la raggiunse, pregando che non fosse chiusa a chiave dall’interno, anche se non aveva visto il fratellastro usare chiavi poco prima.

Il battente si schiuse e la ragazza scivolò dentro, chiudendoselo silenziosamente alle spalle.

Si trovò in una stanza più piccola, ma molto, molto più elegante. Il soffitto era di un blu scuro in cui si accendevano una miriade di faretti, come stelle nel cielo notturno, le pareti dipinte con motivi floreali e le paratie di tela colorate che conferivano al posto un sapore quasi orientale. L’odore dolciastro del sigaro le pizzicò le narici: qualcuno stava fumando.

Colse delle voci maschili e riconobbe senza ombra di dubbio quella del fratellastro.

«…nessuno può usurpare le proprietà dei Cannizzaro e farla franca, neanche fosse la Grande Madre Russia in persona...»

In punta di piedi, Lizzie si mosse oltre la paratia, fino a scorgere il fratellastro, di spalle, in compagnia del tipo stempiato e di altri cinque uomini, tutti imbellettati come se stessero sostenendo un’importante riunione di affari. Uno di loro, calvo e con gli occhi chiarissimi, si era appena alzato con aria infuriata. Sotto lo sguardo attonito della ragazza, una pistola gli comparve tra le mani e fece fuoco.

Ma Michael si era già mosso. Il proiettile forò lo schienale della poltroncina dove si trovava un attimo prima la sua testa - un buco così grosso che Lizzie quasi poteva vederci attraverso -.

Fu come l’innesco di una bomba.

L’attimo successivo tutti i presenti della stanza avevano in mano le pistole. Nonostante i silenziatori, sentì riverberare nel petto ogni colpo, fissando in preda a un orrore paralizzante tre corpi crollare a terra. Tra di loro, anche l’uomo che aveva sparato per primo e che adesso si contorceva sul pavimento mugolando in una lingua strana - russo, forse? -, tenendosi la gamba completamente ricoperta di sangue.

Michael torreggiava su di lui, la pistola ancora fumante in mano. La sua voce era irriconoscibile, fredda come il ghiaccio, mentre si rivolgeva al ferito.

«Questo è quello che succede a chi disonora le leggi dell’ospitalità e tradisce la fiducia accordata» sentenziò, premendogli la canna della pistola sul collo. Poi premette il grilletto.

L’urlo le sfuggì dalla gola, flebile e strozzato, mischiandosi con il tonfo del corpo che si afflosciava sul pavimento.

Ma sufficiente per essere udito.

Michael si voltò verso di lei, sorpreso, così come tutti gli altri uomini presenti nella stanza. Rimasero a fissarsi per un lungo attimo, attimo in cui Lizzie fu tremendamente consapevole che non c’erano posti dove nascondersi. Poi l’iceberg di terrore che l’aveva avviluppata si sciolse di colpo e la ragazza girò su se stessa, prendendo a correre verso la porta.

«Prendetela!» ordinò secco Michael alle sue spalle.

Lizzie si gettò contro il battente, le mani sudate che scivolavano sulla maniglia. L’aveva appena abbassata, quando si sentì afferrare per entrambe le braccia.

«Lasciatemi!» urlò, anche se sapeva che era del tutto inutile. Il tipo dagli occhi scuri e freddi l’aveva raggiunta e la sua morsa era quella di un serpente. Ignorando i suoi tentativi di divincolarsi la trascinò indietro, fino a piazzarla esattamente davanti a Michael.

Lui la scrutò. La sorpresa era rapidamente svanita dal suo volto, sostituita da una feroce determinazione.

«Chi sei?» domandò, la voce tagliente come un rasoio. «Veramente!»

«E… Elizabeth Parker...» balbettò lei cercando di fissarlo, anche se il suo sguardo continuava a scivolare verso i cadaveri che continuavano a sanguinare sul pavimento.

«Una spia russa, ecco chi è!» sentenziò l’uomo che la tratteneva, la voce carica di disprezzo.

«No che non sono una spia russa!» replicò lei, facendosi forza. «Come vi viene in mente una cosa del genere?»

Per tutta risposta, Michael indicò i cadaveri, senza toglierle lo sguardo di dosso. «Allora chi sei? Perché sei qui?»

«Io… ti stavo cercando. Cercavo Michael Cannizzaro, e il barman mi ha detto che eri tu, così sono entrata. Non pensavo, non pensavo…»

La voce le si ruppe e fu costretta a deglutire.

«E perché mi cercavi? Chi ti ha mandata?» Il tono di Michael era implacabile. «Parla, e che sia la verità, altrimenti faccio fuori te e anche i tuoi amici che se la stanno spassando di là.»

Lizzie non vide motivo di mentire a quel punto. «Mi chiamo Elizabeth Parker…» ripeté, e di fronte all’espressione interrogativa di Michael continuò: «Sono la figliastra di Rose Claremont, tua madre.»

Se anche lei avesse tirato fuori una pistola dal fondoschiena e gli avesse sparato, di certo avrebbe sorpreso meno Michael. Lizzie lo vide sussultare e fissarla a occhi sgranati. Ma fu questione di un attimo, poi l’uomo riprese il pieno controllo di sé.

«Brian, perquisiscila e poi portala nel mio ufficio» ordinò. «E voialtri pulite questo casino! Sapete che detesto trovare sangue secco in giro.»

Detto questo le voltò le spalle, lasciandola in balia delle rozze mani del suo carceriere.

Quando Brian e la ragazza fecero il loro ingresso nel suo ufficio, pochi minuti dopo, Michael aveva posato la pistola sulla scrivania e stava lottando contro il mal di testa sempre più insistente.

«È pulita!» sentenziò l’amico, spingendo avanti la ragazza.

«Bene» annuì. «Adesso lasciaci.»

Brian inarcò il sopracciglio, ma non si azzardò a protestare. Rapido e silenzioso, uscì dalla stanza e si chiuse la porta alle spalle.

Elizabeth rimase immobile in piedi, rigida. Era pallida come un cencio e chiaramente terrorizzata, considerò, però conservava una buona dose di sangue freddo e non abbassò gli occhi di fronte al suo sguardo severo. Nonostante fosse la testimone oculare di un omicidio, quindi una bella gatta da pelare, non poté evitare di pensare che fosse bellissima e un nuovo, feroce moto di desiderio, gli infiammò i sensi.

«Siediti!» le intimò, più duro di quanto volesse.

«Sennò che fai?» replicò la ragazza con voce tremante ma allo stesso tempo risoluta. «Uccidi anche me?»

Michael sospirò e andò a posizionarsi dietro alla scrivania, sedendosi per dare l’esempio. «Io non uccido, se non quando è necessario. Non sono stato io per primo a tirar fuori la pistola, poco fa.»

«Ma ne avevi una anche tu» lo accusò lei, prendendo posto a sua volta.

«E menomale, direi, altrimenti adesso ci sarei io su quel pavimento, morto stecchito» sbottò. «Credi che quei bastardi mi avrebbero lasciato in vita?»

«Be’, potevi metterli fuori combattimento e chiamare la polizia» ribatté lei.

Michael scosse la testa, divertito. «La polizia deve star fuori dalle cose della Famiglia.»

«Parli come se fossi un gangster della peggior risma!» lo rimbeccò la ragazza, ma subito dopo ammutolì, come afferrando per la prima volta il concetto.

Michael attese che quell’idea le si sedimentasse nella testa, poi intrecciò le mani sulla scrivania davanti a sé. «Come conosci il nome di mia madre?» domandò.

«Te l’ho detto, è la mia matrigna. Ha sposato mio padre, Edward Parker, quando io ero piccolissima, e mi ha tirato su come fossi figlia sua.»

Michael scavò nella mente per cercare di ricordare il nome del bastardo con cui Rose aveva tradito la memoria di suo padre. Non ci riuscì. Forse Carmine Cannizzaro non gliel’aveva neppure mai detto.

«Dunque è stata lei a mandarti qui?»

«Non proprio...» Elizabeth abbassò gli occhi. «In realtà, mi aveva proibito di cercarti. Ma lei invece ci ha provato per tanto tempo, tramite lettere e mille telefonate. L’ho sentita piangere così tante volte per causa tua… e tu non hai mai risposto.»

Michael avvertì tutti i muscoli della faccia tendersi. «Perché avrei dovuto, dopo che mi ha abbandonato per rifarsi una vita senza di me?»

«Perché è tua madre ed è una donna meravigliosa» rispose la ragazza, infervorandosi, ed era ancora più bella quando lo sdegno le accendeva le gote. «E mi ha dato tutto l’amore che potessi desiderare.»

«Buon per te!» quasi ringhiò Michael. «Perché a suo figlio non ne ha mai dato.»

«Quindi ho pensato di farle un regalo, trovandoti al suo posto» continuò lei imperterrita. «Ma forse aveva ragione lei, forse è stato un errore. D’altra parte, un figlio che ripudia sua madre non merita le sue lacrime.»

L’accusa nelle parole della ragazza gli mandò in tilt il cervello. Furente, Michael si alzò e fece qualche passo feroce per la stanza. Che diritto aveva quella stupida bambinetta di giudicarlo? Di risvegliare nella sua mente ricordi di tutto ciò che aveva passato? Prima la tremenda solitudine, senza sua madre, poi il disprezzo di suo nonno e tutti gli anni trascorsi tra le mani del Boia, che almeno gli aveva insegnato a essere forte e cosa significasse davvero far parte della Famiglia...

Quella ragazza era cresciuta nella bambagia e negli agi, al sicuro da tutto e da tutti, e osava giudicare lui?

Il piano si affacciò nella sua mente timido e incerto, come la luce di una candela, ma ben presto divenne più chiaro e luminoso. Si sarebbe vendicato in un solo colpo di Rose, per averlo abbandonato, e si sarebbe preso quella ragazzaccia dalla lingua lunga che glielo faceva rizzare come mai nessuna ci era riuscita, prima di lei.

No, sarebbe stato uno spreco ucciderla.

A quanto affermava, Rose la amava come una figlia - la stronza, che invece non lo aveva amato abbastanza da restare con lui e con la Famiglia! -. Ebbene, quale punizione migliore che trascinare la sua preziosa bambina nel mondo da cui lei era scappata, per andare a sposare quell’insulso Edward Parker?

Una volta definita, quell’idea attecchì nella sua mente con la forza di una piovra. Tornò a voltarsi verso Lizzie, che dovette leggere qualcosa di terribile nel suo sguardo, perché indietreggiò di un passo.

«Non so se il concetto ti è chiaro…» cominciò Michael, la voce bassa e minacciosa, «ma sei appena diventata la sgradita testimone oculare di un omicidio. Capisci che, come capo della Famiglia, dovrei farti sparire come quei tre tizi là fuori, vero?»

A giudicare dal pallore spettrale sul volto della ragazza, sì, aveva capito.

«Quindi le cose possono finire solo in due modi» continuò, duro. «O tu e i tuoi due amici che ti aspettano di là finite tutti quanti in fondo al lago Michigan con una pietra legata intorno al collo, oppure...» Fece una pausa, lasciando che la minaccia le sedimentasse bene nella testa.

«Oppure?» domandò lei con un filo di voce.

Michael scandì ogni parola con feroce soddisfazione. «Se vuoi vivere, devi entrare a far parte della Famiglia.»

Lizzie lo fissò con il più completo smarrimento nello sguardo. «Che significa?»

«Significa che devi giurare fedeltà al clan dei Cannizzaro» spiegò. «E ovviamente, per dimostrare la tua buona fede, legarti in modo chiaro e definitivo a noi. A me!» La fissò negli occhi. «Sposandomi.»

«Dovrei… sposarti? Ma se non ti conosco neppure…» mormorò la ragazza a occhi spalancati, il volto pallido.

Michael curvò le labbra in un sorriso predatore, spogliandola di nuovo con lo sguardo. «A questo possiamo facilmente rimediare. Anzi sarà un piacere, per me, approfondire la tua conoscenza.»

Lizzie boccheggiò a quell’oscena insinuazione e scattò all’indietro, portandosi una mano tremante al centro del petto. «No… io… io non voglio…» affermò scuotendo la testa, come a negare tutta quell’assurda situazione nella quale era rimasta invischiata. «Sto per prendere il diploma… e devo partire per il college con i miei amici, vedere il mondo… non posso sposarti. Non voglio!» terminò.

Michael schizzò dalla sedia e la raggiunse in un lampo, quindi la obbligò ad alzarsi in piedi, serrandole il braccio in una morsa dolorosa. «Se non farai quello che ti ho detto, ucciderò te, i tuoi amici e tutta la tua famiglia» sibilò, gli occhi stretti in due fessure minacciose e un’espressione glaciale dipinta sul volto. «Sei mia adesso, e prima lo accetterai, meglio sarà per tutti.»

Le labbra di Lizzie erano tese ed esangui, ma trovò la forza per puntargli un dito contro. «Tu sei pazzo!»

«Sono il capoclan dei Cannizzaro…» si limitò a replicare lui. «E ho potere di vita e di morte su tutti coloro che si trovano nei miei territori.»

«E io che prima, quando ti ho conosciuto, ho pensato...» Lizzie si interruppe e scosse la testa. «Sono stata davvero una stupida.»

Michael si chiese cosa avesse pensato, prima di sapere chi fosse davvero, e una parte di lui rimpianse di non poterlo più scoprire.

«Avresti davvero il coraggio di uccidere tua madre?» gli domandò Lizzie poco dopo.

«Mettimi alla prova» rispose lui, fissandola duramente. «Allora, qual è la tua risposta?»

La ragazza sostenne il suo sguardo. «Che scelta ho? Accetto.»

«Saggia decisione» sorrise Michael, trionfante. Dopo le circondò la vita con un braccio e se la fece aderire addosso.

«Che… che stai facendo?» squittì Elizabeth, allarmata, poggiandogli i palmi sul petto e premendovi sopra per districarsi dalla presa.

Ma lui non si smosse di un millimetro. 

«Suggello il nostro accordo…» sussurrò lui con un lampo diabolico negli occhi color ambra, prendendo possesso delle sue labbra e divorandole come un affamato.

La sorellastra era impreparata a quell’assalto, ma dopo un breve attimo di esitazione, si abbandonò contro di lui e si lasciò sfuggire un gemito, ricambiando il bacio. Quel suono erotico inviò migliaia di scariche elettriche direttamente al suo uccello, facendogli alzare immediatamente la testa e scalpitare dalla voglia di affondare tra quelle cosce seriche e setose.

Michael non desiderava altro sin dal primo momento in cui le aveva messo gli occhi addosso, e se non avesse ripreso immediatamente il controllo di sé, sarebbe successo esattamente quello: l’avrebbe rovesciata sulla scrivania e avrebbe affondato il suo cazzo voglioso dentro di lei.

La lasciò andare di colpo, allontanandosi e ignorando l’aria smarrita di Lizzie, poi si portò dietro la scrivania e premette un pulsante nascosto sotto il piano di legno. Brian entrò pochi istanti dopo, la mano sotto la giacca a sfiorare la pistola.

«La ragazza e i suoi amici sono liberi di lasciare il Divinae» lo informò Michael con voce atona. «A breve, dovremo organizzare la sua presentazione agli altri capi della Famiglia.»

Tirò fuori un quaderno dal cassetto della scrivania e prese una penna stilografica. Li porse alla sorellastra.

«Lasciami i tuoi recapiti» ordinò. «Stasera puoi andare, ti contatterò domani. Ovviamente, se non risponderai o cercherai di fare la furba, verremo a cercarti. E ti troveremo, stai tranquilla, e sarà molto peggio.»

La ragazza non pronunciò verbo, era evidente che fosse ancora scossa per quel bacio.

Anche lui lo era, porca puttana!

Ma, a differenza di Elizabeth, grazie agli insegnamenti del Boia era diventato bravo a nascondere le proprie emozioni.

Lei, con calligrafia leggermente tremante, scribacchiò un numero di cellulare e un indirizzo, poi si accodò dietro a Brian, che non la perse di vista un secondo.

«Un’ultima cosa!»

Michael la richiamò quand’era già sulla soglia.

Lizzie si voltò, combattuta tra la paura e la speranza, bellissima nella sua disperazione, e presto di sua proprietà.

E lui non vedeva l’ora di averla completamente nelle sue mani.

Le rivolse un cupo sogghigno.

«Lascio a te il piacere di annunciare le nostre nozze a tua madre» dichiarò, sarcastico.

Dopo di che le voltò le spalle.